ADHD e bullismo: vulnerabilità, rischi e prevenzione

Il bullismo è un fenomeno relazionale, educativo e di salute pubblica, con conseguenze documentate sul benessere psicologico, sul rendimento scolastico, sull’adattamento sociale e sulla salute mentale a lungo termine. Quando il bullismo incontra il tema dei disturbi del neurosviluppo, e in particolare dell’ADHD, la questione diventa ancora più complessa: non si tratta più soltanto di individuare “chi fa cosa”, ma di comprendere come alcuni funzionamenti neuropsicologici possano aumentare la vulnerabilità di bambini e adolescenti all’esclusione, alla vittimizzazione, ai conflitti tra pari e, in alcuni casi, anche alla messa in atto di comportamenti aggressivi o prevaricanti.L’errore più frequente, in ambito scolastico e sociale, è ridurre il comportamento osservabile a una qualità morale del bambino: “è maleducato”, “è provocatorio”, “non rispetta le regole”, “lo fa apposta”. In alcuni casi ciò può essere vero; in molti altri, invece, il comportamento rappresenta la superficie visibile di una difficoltà più profonda di autoregolazione, attenzione, controllo inibitorio, gestione emotiva e adattamento sociale. Comprendere questo non significa giustificare il comportamento problematico, né cancellare la responsabilità educativa. Piuttosto, vuol dire costruire interventi più precisi, equi ed efficaci.

Un funzionamento neuroevolutivo, diverso da un’etichetta comportamentale

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, o ADHD, è una condizione del neurosviluppo caratterizzata da pattern persistenti di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferiscono con il funzionamento scolastico, sociale e familiare. Le linee guida internazionali, come quelle del NICE britannico, sottolineano l’importanza di migliorare riconoscimento, diagnosi, qualità dell’assistenza e supporto lungo l’arco di vita, non soltanto nella prima infanzia (NICE, 2019).

A livello epidemiologico, le stime variano in base ai criteri diagnostici, all’età, agli strumenti utilizzati e alla fonte informativa. Una revisione della letteratura pubblicata nel 2023 ha stimato una prevalenza globale dell’ADHD in bambini e adolescenti intorno all’8%, con valori più elevati nei maschi rispetto alle femmine (Ayano et al., 2023). Questa differenza di genere va interpretata con cautela: nelle ragazze l’ADHD può presentarsi più spesso con disattenzione, disregolazione interna, ansia, difficoltà organizzative e minor iperattività visibile, con conseguente rischio di sottodiagnosi.

Dal punto di vista neuropsicologico, l’ADHD coinvolge funzioni esecutive, memoria di lavoro, controllo inibitorio, pianificazione, attenzione, motivazione e regolazione emotiva. Nel contesto scolastico, queste difficoltà possono tradursi in comportamenti che l’adulto interpreta come oppositivi: frequenti interruzioni, alzarsi, invadere lo spazio dei compagni, rispondere prima di aver ascoltato, reagire in modo sproporzionato a una frustrazione, perdere materiali, dimenticare consegne o faticare a rispettare turni e regole implicite.

Il punto cruciale è distinguere tra intenzionalità e discontrollo. Un bambino con ADHD può ferire, irritare o disturbare i pari, ma non sempre lo fa con cattive intenzioni o con volontà di dominio. Nel bullismo, invece, la definizione classica implica intenzionalità, ripetizione e squilibrio di potere. Questa distinzione è decisiva: confondere l’impulsività con il bullismo può portare a punire una difficoltà neuroevolutiva come se fosse una scelta deliberata. Contemporaneamente, attribuire ogni comportamento aggressivo all’ADHD rischia di deresponsabilizzare e di non proteggere le vittime.

Bullismo: dinamiche di potere oltre il semplice conflitto

Il bullismo viene generalmente definito come un comportamento aggressivo intenzionale, ripetuto nel tempo, esercitato in presenza di uno squilibrio di potere reale o percepito. Può essere fisico, verbale, relazionale o digitale. Il cyberbullismo introduce una dimensione ulteriore: la possibilità che l’aggressione sia persistente, diffusa, anonima, amplificata dal gruppo e non confinata allo spazio scolastico.

Una recente meta-analisi ricorda che il bullismo è una forma comune di violenza tra bambini e adolescenti, riconosciuta come problema rilevante di salute pubblica e associata a esiti negativi lungo tutto l’arco della vita. La stessa revisione richiama dati internazionali secondo cui, nella popolazione adolescenziale generale, la prevalenza corrente della vittimizzazione da bullismo si colloca intorno al 10%, mentre quella della perpetrazione intorno al 6%, pur con variazioni considerevoli tra Paesi, strumenti e fasce d’età (Chang et al., 2024).

Una meta-analisi ha invece stimato, su oltre 600.000 partecipanti, una prevalenza globale del 25% per le vittime di bullismo, del 16% per gli autori e del 16% per i cosiddetti bully-victims, cioè soggetti che sono sia vittime sia autori di comportamenti di bullismo. Questa categoria è particolarmente rilevante nel discorso sull’ADHD, perché molti bambini con difficoltà di autoregolazione possono oscillare tra esclusione subita, reattività impulsiva e comportamenti problematici verso i pari.

ADHD e relazioni tra pari: il terreno su cui può nascere la vulnerabilità

La letteratura scientifica mostra in modo consistente che bambini e adolescenti con ADHD presentano maggiori difficoltà nelle relazioni con i pari. Possono essere meno scelti come compagni di gioco, più frequentemente rifiutati, più esposti a conflitti e più vulnerabili all’isolamento sociale. Le cause non sono riducibili ad una singola dimensione.

L’impulsività può rendere più difficile rispettare i turni, modulare il tono della voce, fermarsi prima di una battuta o leggere il disagio dell’altro. La disattenzione può portare a perdere informazioni sociali importanti: un’espressione facciale, un cambiamento nel clima del gruppo, una regola implicita del gioco. La disregolazione emotiva può trasformare una frustrazione minima in una reazione intensa, percepita dai compagni come esagerata o minacciosa. Infine, le difficoltà esecutive possono compromettere la capacità di riparare dopo un errore sociale: chiedere scusa, spiegarsi, negoziare, trovare una soluzione condivisa.

A questo si aggiunge il ruolo dello stigma. Il bambino “sempre richiamato”, “sempre agitato”, “sempre fuori posto” diventa facilmente un bersaglio. La classe impara a vederlo attraverso la lente del problema. Quando l’adulto etichetta ripetutamente un alunno come disturbante, anche i pari possono interiorizzare quella rappresentazione. Da qui può nascere una forma di esclusione progressiva: prima il rifiuto, poi l’isolamento, poi la presa in giro, infine la vittimizzazione ripetuta.

Questa traiettoria non è inevitabile, ma è prevedibile. E proprio perché è prevedibile, è anche prevenibile.

Cosa sostengono le evidenze

Le evidenze più robuste indicano che i giovani con condizioni neuroevolutive o psichiatriche sono più esposti al coinvolgimento nel bullismo, sia come vittime sia come autori sia come vittime-autori. La revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su The Lancet Child & Adolescent Health, basata su 212 studi, ha rilevato che nei giovani con condizioni neuroevolutive o psichiatriche la prevalenza di vittimizzazione da bullismo tradizionale nell’ultimo anno era pari al 42,2%, mentre la prevalenza di perpetration era pari al 24,4%.

Rispetto ai controlli, questi giovani presentavano odds significativamente maggiori di essere coinvolti nel bullismo tradizionale come vittime, autori o vittime-autori: OR 2,85 per la vittimizzazione, OR 2,42 per la perpetration e OR 3,66 per il ruolo misto di perpetrator-victim. Anche nel cyberbullismo il rischio risultava aumentato: OR 2,07 per la vittimizzazione, OR 1,91 per la perpetration e OR 1,85 per il ruolo misto.

Questi dati non dicono che l’ADHD “causa” il bullismo. Dicono qualcosa di più raffinato: la presenza di un disturbo del neurosviluppo o di una condizione psicopatologica aumenta la probabilità di trovarsi dentro dinamiche di bullismo. I meccanismi possono essere diversi. Alcuni giovani vengono presi di mira perché percepiti come “diversi”, vulnerabili, goffi, emotivamente reattivi o socialmente isolati. Altri possono diventare autori di comportamenti aggressivi perché faticano a controllare l’impulso, interpretano male le intenzioni altrui, reagiscono con rabbia o cercano una posizione nel gruppo attraverso modalità disfunzionali. Altri ancora appartengono alla categoria più complessa: sono vittime, ma diventano anche aggressori.

La stessa meta-analisi sottolinea che il coinvolgimento nel bullismo, in queste popolazioni, si associa a peggiori indicatori di salute mentale, in particolare sintomi internalizzanti, sintomi esternalizzanti, psicopatologia generale, suicidarietà e peggior funzionamento. Il bullismo, quindi, non è un semplice “incidente scolastico”: può diventare un moltiplicatore di rischio psicopatologico.

Il nodo delle comorbilità: ADHD, oppositività, ansia, depressione

Per comprendere correttamente il rapporto tra ADHD e bullismo bisogna considerare le comorbilità. L’ADHD raramente si presenta in forma “pura” nei contesti clinici. Può associarsi a disturbo oppositivo-provocatorio, disturbo della condotta, disturbi specifici dell’apprendimento, ansia, depressione, disturbi del sonno e difficoltà emotive. La presenza di sintomi oppositivi o di condotta può aumentare il rischio di comportamenti aggressivi e conflittuali; la presenza di ansia, depressione o bassa autostima può aumentare il rischio di vittimizzazione e ritiro sociale.

In altre parole, il profilo di rischio non dipende solo dalla diagnosi di ADHD, ma dalla combinazione tra sintomi ADHD, regolazione emotiva, ambiente scolastico, clima familiare, status nel gruppo dei pari, risposta degli adulti e presenza di altri disturbi. Due bambini con la stessa diagnosi possono avere traiettorie completamente diverse: uno può essere isolato e vittimizzato, un altro può essere percepito come disturbante e aggressivo, un terzo può funzionare bene se inserito in un contesto prevedibile, supportivo e competente.

Questo è il motivo per cui la scuola non dovrebbe chiedersi soltanto: “Ha una diagnosi?”. Dovrebbe chiedersi: “Di che cosa ha bisogno questo funzionamento per non trasformarsi in esclusione, conflitto o rischio?”.

La scuola come luogo di prevenzione primaria

La scuola è il contesto in cui molte difficoltà emergono per la prima volta. È anche il luogo in cui possono essere amplificate o contenute. Un ambiente scolastico poco strutturato, incoerente o centrato solo sulla sanzione può aggravare le difficoltà di un alunno con ADHD: più richiami, più frustrazione, più vergogna, più opposizione, più esclusione. Al contrario, un ambiente prevedibile, esplicito, regolato e non stigmatizzante può ridurre drasticamente il rischio.

Le strategie più efficaci non sono quelle che si limitano a “spiegare il bullismo” una volta all’anno, ma quelle che intervengono sul clima scolastico, sulle regole condivise, sulla supervisione adulta, sull’educazione socio-emotiva, sulla gestione dei conflitti e sulla risposta tempestiva agli episodi. Una meta-analisi pubblicata su JAMA Pediatrics ha riportato che i programmi scolastici antibullismo mostrano in media riduzioni piccole-moderate, con una diminuzione indicativa di circa il 20% dei tassi di bullismo in diverse analisi. Un’ulteriore meta-analisi individual participant data su quasi 40.000 bambini e adolescenti ha confermato che gli interventi scolastici antibullismo possono ridurre sia la vittimizzazione sia la perpetration.

Nel caso dell’ADHD, la prevenzione richiede un doppio livello: prevenire il bullismo nella classe e prevenire la trasformazione delle difficoltà neuropsicologiche in esclusione sociale. Questo implica alcune azioni concrete: formazione degli insegnanti sull’ADHD, routine chiare, consegne brevi e verificabili, rinforzi positivi, pause motorie programmate, gestione preventiva delle transizioni, riduzione dell’esposizione pubblica all’errore, mediazione tra pari, educazione alla diversità neuropsicologica e collaborazione stabile tra scuola, famiglia e servizi clinici.

Gli interventi di teacher training sull’ADHD hanno un razionale forte: aumentare la conoscenza degli insegnanti e modificare le attribuzioni negative verso il bambino. Una revisione sistematica con meta-analisi ha rilevato che i programmi di formazione per insegnanti sull’ADHD migliorano la conoscenza e i comportamenti positivi degli insegnanti verso gli alunni con comportamenti ADHD-like, anche se l’evidenza sugli effetti diretti sui sintomi degli alunni è meno solida. Questo dato è importante: formare gli adulti non “cura” l’ADHD, ma può cambiare l’ambiente in cui l’ADHD viene interpretato e gestito.

Comprendere senza giustificare

Uno dei timori più frequenti, quando si parla di ADHD e bullismo, è che la comprensione clinica diventi una forma di indulgenza. È un falso dilemma. Comprendere un funzionamento non significa accettare qualunque comportamento. Significa scegliere la risposta educativa più adeguata.

Se un ragazzo con ADHD insulta un compagno, l’insulto va fermato. La vittima va protetta. Il danno va riconosciuto. Ma l’intervento non può limitarsi alla punizione. Deve chiedersi: l’episodio è stato impulsivo o pianificato? È isolato o ripetuto? C’è squilibrio di potere? Il ragazzo comprende l’impatto del proprio comportamento? Sa riparare? Ha strumenti alternativi per gestire frustrazione, vergogna, esclusione o provocazione? La classe sta rinforzando il comportamento? Gli adulti intervengono in modo coerente?

Questa distinzione è fondamentale anche per evitare l’errore opposto: trattare come semplice “impulsività” un comportamento che è invece bullismo vero e proprio. L’ADHD non deve diventare uno schermo dietro cui nascondere prevaricazioni ripetute. La diagnosi aiuta a comprendere i fattori di rischio, non elimina la necessità di proteggere chi subisce.

Una scuola competente deve dunque mantenere insieme due principi: responsabilità e supporto. Il bambino con ADHD deve essere aiutato a sviluppare controllo, consapevolezza, riparazione e competenze sociali. I compagni devono essere protetti da comportamenti lesivi. Il gruppo classe deve essere educato a riconoscere la differenza tra diversità, fastidio, conflitto e prevaricazione.

Oltre la teoria per intervenire sul bullismo

La prevenzione efficace richiede interventi multilivello. A livello universale, tutta la scuola deve condividere una cultura del rispetto, della segnalazione sicura e dell’intervento tempestivo. A livello selettivo, bisogna monitorare i gruppi più vulnerabili: alunni con ADHD, autismo, disturbi dell’apprendimento, disabilità, condizioni mediche croniche, minoranze sociali o linguistiche. A livello indicato, occorre intervenire sui casi già emersi, distinguendo tra vittime, autori e vittime-autori.

Per l’ADHD, gli interventi più utili sono generalmente multimodali. La sola “educazione alle abilità sociali” può non bastare. Una revisione sistematica sui social skills training per giovani con ADHD ha evidenziato risultati promettenti ma limitati da eterogeneità, scarsa tenuta al follow-up e qualità metodologica non sempre elevata. La lezione pratica è chiara: insegnare abilità sociali in modo astratto è meno efficace che costruire contesti reali in cui quelle abilità vengono praticate, rinforzate e generalizzate.

Gli interventi dovrebbero quindi includere:

  • adattamenti ambientali e didattici;
  • training degli insegnanti;
  • parent training;
  • lavoro sulla regolazione emotiva;
  • procedure di riparazione del danno;
  • educazione del gruppo classe;
  • supervisione nei momenti a rischio, come intervallo, mensa, spogliatoi, corridoi e chat di classe;
  • coinvolgimento dei pari in modelli di supporto non stigmatizzanti.

Il concetto chiave è che la prevenzione del bullismo non può essere separata dalla prevenzione dello stigma. Un bambino con ADHD non dovrebbe essere “protetto” attraverso l’isolamento, né “gestito” soltanto attraverso il controllo. Deve essere incluso in modo competente.

Il quadro internazionale: bullismo, neurodiversità e politiche scolastiche

A livello internazionale, il bullismo è monitorato attraverso grandi indagini comparative come HBSC, promossa in collaborazione con l’OMS Europa. Il rapporto HBSC 2021/2022 su violenza tra pari e bullismo analizza dati di adolescenti di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni di Europa, Asia centrale e Canada, descrivendo bullismo, cyberbullismo, fighting, differenze di genere, età e disuguaglianze sociali.

Il rapporto OMS/HBSC, pubblicato il 27 marzo 2024, costituisce un benchmark importante per ricerca, interventi e pianificazione delle politiche pubbliche, perché permette di confrontare Paesi e sistemi scolastici su indicatori comuni. Tuttavia, il confronto internazionale non deve essere letto come una semplice classifica. Le differenze tra Paesi riflettono fattori culturali, norme sociali, strumenti di rilevazione, propensione alla segnalazione, politiche scolastiche, formazione degli insegnanti e accesso ai servizi.

UNESCO ha inquadrato la violenza scolastica e il bullismo come violazioni del diritto all’educazione, alla salute e al benessere, sottolineando che nessun Paese può garantire un’educazione realmente inclusiva se gli studenti subiscono violenza o bullismo a scuola. Il rapporto UNESCO Behind the numbers raccoglie evidenze globali e regionali, fattori di vulnerabilità e conseguenze del bullismo, utilizzando anche dati GSHS e HBSC.

I sistemi più avanzati tendono a muoversi in una direzione comune: approcci whole-school, formazione continua, protocolli di segnalazione, educazione socio-emotiva, coinvolgimento delle famiglie, attenzione ai gruppi vulnerabili e integrazione tra scuola, salute mentale e servizi territoriali. Nel caso dell’ADHD, questo significa che la prevenzione del bullismo non può essere delegata solo al singolo insegnante di sostegno, né può dipendere dalla sensibilità individuale di un docente. Deve diventare una competenza organizzativa della scuola.

La situazione attuale in Italia

In Italia, il monitoraggio del bullismo passa anche attraverso la sorveglianza HBSC-Italia, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità con le Università di Torino, Padova e Siena, il supporto del Ministero della Salute, la collaborazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito e il coinvolgimento di Regioni e ASL. L’indagine 2022 ha incluso studenti di 11, 13, 15 anni e, per la prima volta, anche 17enni; la raccolta dati si è svolta tra febbraio e giugno 2022.

Secondo i dati HBSC Italia 2022, circa il 15% degli adolescenti ha dichiarato di essere stato vittima almeno una volta di atti di bullismo o cyberbullismo. Per il cyberbullismo ricorrente, EpiCentro riporta percentuali inferiori al 2% indipendentemente dall’età, con oltre il 90% dei diciassettenni che dichiara di non aver mai avuto problemi di cyberbullismo.

I dati ISTAT pubblicati nel 2025, riferiti al 2023, offrono un quadro più ampio delle esperienze offensive, non rispettose e/o violente, online e offline. Secondo ISTAT, il 68,5% degli 11-19enni ha dichiarato di essere stato vittima di almeno un comportamento offensivo, non rispettoso e/o violento nei 12 mesi precedenti la rilevazione, mentre circa un ragazzo su cinque ha subito atti di bullismo. ISTAT segnala inoltre differenze territoriali, con quote di atti di bullismo leggermente più alte nel Nord-est, Nord-ovest e Centro rispetto al Mezzogiorno.

Sul piano normativo, l’Italia ha rafforzato il proprio quadro di prevenzione e contrasto attraverso la Legge 71/2017 sul cyberbullismo e la Legge 70/2024, che aggiorna e amplia l’impianto di intervento. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito richiama esplicitamente questo rafforzamento normativo nel quadro italiano dedicato a bullismo e cyberbullismo. Le Linee di Orientamento 2021 hanno introdotto indicazioni operative rilevanti: formazione dei docenti referenti, piattaforma ELISA, modelli di prevenzione universale, selettiva e indicata, costituzione di Team Antibullismo e Team per l’Emergenza, protocolli di intervento e collaborazione con figure specialistiche.

Il punto critico, tuttavia, è l’implementazione. L’Italia dispone di un quadro normativo e di indirizzo progressivamente più articolato, ma la qualità dell’intervento dipende ancora molto dalla formazione reale del personale scolastico, dalla presenza di servizi territoriali accessibili, dalla continuità tra scuola e sanità, dalla tempestività delle valutazioni neuropsichiatriche e dalla capacità di non trasformare le diagnosi in etichette.

Nel contesto italiano, ADHD e bullismo vengono spesso trattati come due capitoli separati: da una parte l’inclusione scolastica e i bisogni educativi speciali; dall’altra la prevenzione del bullismo e del cyberbullismo. Nella pratica quotidiana, però, questi due mondi si incontrano continuamente.

Un alunno con ADHD può essere vittimizzato perché percepito come strano, invadente, infantile, irritante o vulnerabile. Può essere escluso dai giochi, preso in giro per i richiami ricevuti, provocato intenzionalmente per ottenere una reazione esplosiva. Allo stesso tempo, può diventare autore di comportamenti aggressivi perché non riesce a fermarsi, perché reagisce impulsivamente o perché cerca di recuperare status nel gruppo attraverso modalità inappropriate. Se la scuola non comprende questa doppia vulnerabilità, rischia di intervenire sempre tardi: quando il bambino è già etichettato, la classe ha già consolidato ruoli disfunzionali e la famiglia vive già la scuola come luogo di conflitto.

La prevenzione richiede quindi una lettura integrata. Nei protocolli antibullismo dovrebbero essere esplicitamente considerati i disturbi del neurosviluppo come fattori di vulnerabilità. Nei piani educativi per studenti con ADHD dovrebbe essere esplicitamente considerato il rischio di esclusione, vittimizzazione e conflitto tra pari. Non basta adattare le verifiche o concedere tempi aggiuntivi: bisogna proteggere la qualità dell’appartenenza sociale.

Conclusione

Il rapporto tra ADHD e bullismo non può essere ridotto a una formula semplice. I bambini e gli adolescenti con ADHD non sono “naturalmente bulli”, né sono soltanto vittime passive. Sono soggetti con un funzionamento neuropsicologico che può renderli più vulnerabili alle dinamiche di gruppo, all’esclusione, alla vittimizzazione, alla reattività impulsiva e, in alcuni casi, alla messa in atto di comportamenti aggressivi. La letteratura scientifica mostra che i giovani con condizioni neuroevolutive e psichiatriche hanno un rischio aumentato di coinvolgimento nel bullismo, con conseguenze significative sulla salute mentale.

La risposta non può essere né la colpevolizzazione né l’assoluzione automatica. Serve una terza via: comprendere il funzionamento, proteggere le vittime, responsabilizzare chi agisce comportamenti lesivi, modificare il contesto e prevenire lo stigma. Una scuola realmente inclusiva non è quella che tollera tutto, ma quella che sa distinguere. Distingue un conflitto da una prevaricazione. Distingue l’intenzionalità dall’impulsività. Distingue la diagnosi dalla persona. Distingue la punizione dalla riparazione.

Il messaggio educativo più importante è forse questo: prima di etichettare un bambino, bisogna chiedersi quale funzione abbia il suo comportamento; ma dopo averlo compreso, bisogna intervenire con competenza. Comprendere non significa lasciare correre. Significa smettere di reagire al sintomo e iniziare a lavorare sulle condizioni che lo rendono più probabile.

Nel caso dell’ADHD, questa prospettiva è essenziale. Perché un bambino che viene continuamente giudicato per ciò che non riesce ancora a regolare rischia di costruire la propria identità intorno al fallimento, alla rabbia o all’esclusione. Al contrario, un bambino compreso, guidato e responsabilizzato può imparare a riconoscere i propri segnali, riparare i propri errori, costruire relazioni più sane e trovare un posto nel gruppo senza dover essere né bersaglio né aggressore.

La prevenzione del bullismo comincia qui: nella capacità degli adulti di vedere oltre il comportamento, senza negarne le conseguenze.

Psicologo
Dott. Matteo Bontempelli

Fonti e bibliografia

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